6, Mondovì Breolungi, Chiesa di Maria Vergine Assunta, Don Luciano Ghigo, 8 marzo 2014

BREVE STORIA DI BREOLUNGI/MONDOVI’

Brigodorum, Bredulum, Bredolo, Breolungi: quattro nomi che racchiudono una storia  lunga tre millenni.

Dalle origini alle invasioni barbariche.

     Pur rappresentando oggi una piccola comunità, Breolungi ha avuto un lungo e glorioso passato, testimoniato da antichi documenti, da numerosi studi, nonché da frammenti di lapidi, recuperate lungo il corso del torrente Pesio e soprattutto da reperti archeologici, ritrovati in occasione di recenti scavi, con particolare riferimento a quelli effettuati negli ultimi vent’anni.

     Sulla base di questi scavi e sondaggi, che hanno evidenziato strutture di età preistorica e portato alla luce numeroso materiale protostorico (ossa, selci, fauna) frammisto a suppellettili in ceramica (vasi, bicchieri, scodelle), (addirittura – il fatto sa quasi di incredibile – è stato trovato un vaso totalmente intatto, dopo ben tremila anni) si può affermare, con tutta probabilità, che, circa tremila anni fa, un nucleo umano si venne ad insediare presso il guado del Pesio e sull’altura di Breolungi, dando origine e vita ad un centro abitato, che prosperò, in particolare, per circa un millennio, nel periodo compreso tra la protostoria (XII° secolo a.C.) e la romanizzazione (III°/II° secolo a.C.). La sua collocazione su una piccola altura rappresentava una soluzione felice, soprattutto per la sicurezza, poiché dall’altura si potevano tenere sotto controllo tutto il territorio circostante e il guado sul Pesio, uno dei pochi passaggi per l’attraversamento del fiume, allora esistenti.

     La scoperta di questi reperti, che documenta l’esistenza, sul poggio di Breolungi, di un insediamento umano, in un arco cronologico che va dal periodo del Bronzo finale sino alla seconda Età del Ferro, è quanto mai importante, poiché costringe gli studiosi a retrodatare di molto le varie ipotesi di presenza di comunità socialmente organizzate, in questa zona del Monregalese.

    Prima della scoperta del sito si riteneva, infatti, che l’unico gruppo umano a Breolungi fosse stato quello romano o tutt’al più celto-ligure, mentre ora è attestato che i primi progenitori vissero prima dell’Età del Ferro. Sulla riva destra del Pesio, nel punto dove il fiume era ed è più facilmente guadabile che altrove e sull’altopiano, dove si trova ora Breolungi, era ubicato un villaggio di case primitive, fatte di pali di legno e di pietre mescolate con fango, con i tetti di paglia e frasche e abitato dai Liguri Bagienni.

    I nostri progenitori appartenevano dunque all’etnia dei Liguri, una delle prime ad abitare la penisola, forse ancor più antica di altre popolazioni maggiormente conosciute, quali gli Etruschi, i Latini e i Greci. Da alcuni frammenti di scrittori latini veniamo a sapere che i Liguri erano piccoli di statura e di carnagione bruna, bravi agricoltori e pastori, tenaci nelle fatiche, svelti e intrepidi nelle battaglie. Portavano capelli lunghi, sciolti sulle spalle e vestivano pantaloni di lana e mantelli di pecora.

     A partire dal 500 a.C. vennero in contatto con i Celti, o meglio i Galli come li definirono i Romani, un popolo barbaro proveniente dalle foreste dell’Europa centro-orientale, che dopo la sua espansione nei territori dell’attuale Francia, si affacciò nella Pianura Padana. Inevitabilmente i nostri antenati risentirono dell’influenza religiosa e culturale, dei costumi e delle credenze di questo popolo. Una prova tangibile di questo influsso è costituita dal ritrovamento in loco di una lapide, in pietra verde lavorata. Al centro, é raffigurato, racchiuso in un cerchio, un sole da cui partono otto raggi. Il bassorilievo induce a supporre che la lapide fosse dedicata al Dio Sole, venerato appunto dalle popolazioni celtiche, le quali, come risaputo, dedicavano il loro culto agli astri, simboli della fecondità e della vita. Anche una seconda lapide, in pietra, sembra richiamare la cultura celtica. In tal senso, infatti, sembrano indirizzare i simboli raffigurati su di essa: la sagoma di un contadino, che regge un rudimentale aratro, soggiogato ad una coppia di buoi e, soprattutto, nella parte superiore, un’ara votiva, posta tra due serie di tre alberi ciascuna.

     L’influenza dei Celti, inoltre, è ravvisabile anche nel nome che questi avrebbero dato al primitivo villaggio: Brigodorum, che sembra derivare dalla lingua celtica e che significa fortezza del monte, attribuendo quindi al villaggio funzioni militari e difensive. In effeti la posizione del villaggio sull’altura rappresentò, nei secoli, un’importante possibilità di controllo del territorio circostante, in particolare del guado sul fiume Pesio, nonché un baluardo difensivo, sia contro i branchi di cinghiali e lupi, vaganti nelle vicine foreste sia, come vedremo più avanti, contro gli attacchi dei Romani prima e dei Saraceni poi. In pratica si trattava di un Castelliere, una struttura fortificata, situata su un’altura e cinta da mura di protezione.

     Nel corso del III° secolo a.C. i Romani, consapevoli dell’importanza strategica rivestita da questa zona prealpina e per assicurarsi il controllo sulla valle del Tanaro, iniziarono un periodo di campagne militari e di aspre lotte contro i Liguri Bagienni, per assoggettarli al loro dominio. Le battaglie, combattute fra queste tribù ed i Romani, furono durissime e, nonostante le sproporzioni delle forze in campo, durarono parecchie decine di anni, sia per il valore e la destrezza dei contendenti, sia per la conformazione geomorfologica del territorio, che ben si prestava alla guerriglia difensiva dei Bagienni, basata su attacchi improvvisi ed imboscate. I Bagienni erano ottimi soldati, armati di doppia lancia e di una corta spada e protetti da uno scudo rotondo in bronzo. Successivamente i Bagienni si specializzarono nell’uso della fionda, diventando ottimi frombolieri, e nell’uso della scure in ferro da lancio. Era questa un’arma micidiale perché falciava le gambe ai fanti romani, mentre questi alzavano lo scudo per proteggersi dai dardi e dai giavellotti dei nemici. Questa tecnica venne usata dai Bagienni, in appoggio ai Cartaginesi di Annibale, nell’occasione della seconda guerra punica. 

     Successivamente, nel II secolo a.C. i Romani ripresero con ardore la lotta contro i Liguri. La guerra ebbe termine con la definitiva vittoria dei Romani e la contestuale sottomissione dei Bagienni, avvenuta intorno all’anno 143 a.C. La vittoria dei Romani consentì loro di assicurarsi il controllo sulla valle del Tanaro e sui passi alpini, che permettevano le comunicazioni con l’area costiera del mar Ligure e con le regioni transalpine.

  Per rivendicare il proprio diritto alla cittadinanza romana, motivato dalla fedeltà, manifestata a più riprese nei confronti di Roma, in particolare in occasione delle lotte contro alcune tribù germaniche, gli Italici, cioè i popoli della penisola sottomessi dai Romani (tra i quali possiamo annoverare anche i Liguri Bagienni) nell’anno 90 a.C. si sollevarono contro Roma. Il conflitto, passato alla storia con l’appellativo di guerra sociale, cioè la rivolta dei socii (così erano definiti gli Italici dai Romani) i quali, inseriti a pieno titolo nell’esercito con gli stesi doveri dei cittadini romani, ne esigevano anche gli stessi diritti, ebbe breve durata e si concluse con il riconoscimento della cittadinanza romana agli Italici e con l’instaurazione del regime municipale. I Liguri Bagienni, in particolare, ottennero la cittadinanza romana nell’anno 89 a.C. e furono ascritti ad una delle più antiche delle trentacinque tribù di Roma, la tribù Camilia. La capitale, l’attuale Benevagienna, diventò un importante municipium, con il nome di Augusta Bagiennorum, da cui dipendevano alcuni piccoli centri, tra cui Bredulum, come era denominato il nostro villaggio a quel tempo. Con il termine municipium erano definite le città, che erano state sottomesse con la forza ed il cui territorio era stato annesso al territorio di Roma. La popolazione otteneva la cittadinanza romana e gli abitanti godevano dei diritti civili, ma non di quelli politici.

    A far data da questo evento e fino alla caduta dell’impero romano d’occidente, è praticamente sconosciuta la storia di questo territorio, per la quasi totale mancanza di notizie specifiche, ma non risulta difficile ipotizzare che anch’esso, come altri territori, abbia subito le vicissitudini che hanno caratterizzato l’evolversi dell’impero romano, quali le guerre civili per la conquista del potere (dopo la morte dell’imperatore Nerone) le persecuzioni nei confronti dei cristiani ( Nerone, Diocleziano) le guerre per l’espansione dell’impero (Traiano) il periodo buio e triste dell’anarchia militare del III e IV secolo d.C. che sancì la divisione tra l’Impero Romano d’Occidente e quello d’Oriente.

Dalle invasioni barbariche ai Saraceni.

     Nel periodo di decadenza dell’impero romano d’occidente, dall’anno 400 fino al 476, anno del crollo definitivo, con la deposizione del giovanissimo ultimo imperatore Romolo Augustolo (dodicenne) non in grado di contrastare lo strapotere dei barbari, e negli anni a venire, la parte settentrionale della penisola, e di conseguenza anche il territorio di Bredulum, furono sconvolti dalle invasioni barbariche che caratterizzarono il V ed il VI secolo (i primi furono i Visigoti di Alarico, che inizialmente vennero sconfitti dal generale romano Silicone nella battaglia di Pollenzo, vicino a Bra, datata 402, ma che successivamente arrivarono a Roma nel 410 e la saccheggiarono; poi vennero gli Unni di Attila, i Vandali di Genserico, gli Eruli di Odoacre che sancì la fine dell’Impero Romano d’Occidente, gli Ostrogoti di Teodorico). Risalgono a quel periodo le opere di fortificazione del territorio, proprio per far fronte in qualche modo a queste invasioni, nonché l’edificazione di una prima cappella o piccola chiesa, poiché, nel frattempo, gli abitanti del luogo si erano convertiti al cristianesimo.

    In seguito, nell’anno 570, arrivarono i Longobardi, una popolazione barbarica tra le più primitive, i quali invasero l’Italia, saccheggiando campagne e città ed uccidendo tutti coloro che cercavano di contrastare il loro cammino. I loro re, inizialmente condottieri rozzi ed ignoranti, si trasformarono in saggi uomini di stato ed insigni cultori dell’arte.

    Essi misero in atto la prima organizzazione politico-amministrativa, fissando la capitale del regno a Pavia e suddividendo il territorio conquistato in 36 ducati. I duchi godevano della più ampia autonomia, anche se, formalmente, il loro potere era limitato dalla presenza di un rappresentante del re, una specie di supervisore .

    Il territorio corrispondente all’attuale Piemonte, fu ripartito in due Ducati: Torino ed Asti. Bredulum e la zona circostante furono inserite nel Ducato di Asti.

    Da ultimi, duecento anni dopo, giunsero i Franchi, guidati da Carlo Magno, che conquistò l’Italia Settentrionale negli anni 773/774 e fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero, da Papa Leone III, nella notte di Natale dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro a Roma. Il grande imperatore attuò una nuova forma di governo, basato sul motto latino divide et impera e ripartì i due succitati Ducati Longobardi in diversi Contadi o Comitati (province delle zone interne, governate da un conte) ripartiti tra urbani e rurali, in funzione della loro dislocazione e Marchesati (vaste province di confine con funzione di difesa, governate da un marchese). L’imperatore distribuiva le terre ai suoi servitori più fedeli. La terra veniva chiamata feudo e colui che la riceveva feudatario o vassallo. La terra non era di sua proprietà, ma veniva concessa in godimento ed alla sua morte ritornava nel possesso dell’imperatore. I territori erano assegnati dall’imperatore ai propri fautori e partigiani, ivi compresi alcuni ecclesiastici (Vescovi ed Abati), i quali acquisirono, oltre che la responsabilità spirituale, anche il potere temporale sul contado loro assegnato, abbinando così al titolo religioso anche quello gentilizio.

      La carica di Vescovo-Conte acquistò così anche prerogative politiche e, nella maggior parte dei casi, le nomine alle cattedre vescovili erano effettuate direttamente dall’imperatore, che si sostituì in tal senso al Papa e che nelle sue scelte non badava tanto alla religiosità e alla serietà dell’uomo ma alle sue qualità di amministratore, di valoroso guerriero e di suddito fedele.

     La Contea di Bredolo, scarsamente popolata, povera e di limitata importanza politica, perché priva di tradizioni culturali ed organizzative, aveva però una grande estensione, comprendendo quasi tutto il territorio abitato dagli antichi Bagienni: le vallate alpine del Corsaglia, del Pesio, dell’Ellero e del Gesso e la vasta pianura compresa tra il Tanaro e la Stura, fino alla confluenza dei due fiumi (in pratica più della metà dell’attuale provincia di Cuneo).

     Il territorio del Contado, a forma di un grande triangolo, aveva per confini verso sud i fiumi Gesso e Stura fino alla confluenza con il Tanaro, a nord il fiume Tanaro, ad ovest le Alpi Marittime e ad est, dopo la confluenza dei due fiumi, la Diocesi di Alba, dalla quale era separato, per la verità, da un confine non ben definito.

     L’antica dignità di municipium, attribuita dai Romani alla città di Augusta Bagiennorum, passò alla vicina Bredolo che, con le competenze amministrative connesse, fu posta a capo dell’omonimo Contado, di tipo rurale, denominato di conseguenza Bredolese. Bredolo, che era costituita da un piccolo castello e da una cappella, posti sulla sommità dell’altura, e da un limitato numero di abitazioni rurali, abbarbicate sulla ripa destra del fiume Pesio, fu senza dubbio la villa o corte di maggior importanza racchiudesse in se il Contado. Proprio a questo periodo risale probabilmente la costruzione di un primo edificio di culto, l’embrione di quello che, ampliato, diventerà la Pieve attuale di Breolungi, che venne definita dal Morozzo “il più antico e più bel monumento dell’estremo Medioevo che rimanga dalle nostre parti”. 

   Il Contado Bredolese comprendeva altre importanti località, cosiddette vici, dove si amministrava la giustizia, in nome e per conto dell’imperatore, quali: Bagienna Inferiore, oggi Benevagienna, Bagienna Superiore, oggi Beinette, Pedona, l’attuale Borgo San Dalmazzo, Morozzo.

   Gli abitanti erano prevalentemente dediti all’agricoltura, contadini che aravano pochi campi, coltivavano poche vigne e conducevano i greggi e gli armenti su vasti pascoli di proprietà statale, siccitosi ed acquitrinosi.

     La contea ebbe forse fin dal principio i suoi propri conti, ma poiché a quel tempo, siamo giunti al secolo IX, il governo dei piccoli feudi non era tramandato di padre in figlio, per diritto ereditario (non essendo ancora in vigore il diritto di successione, istituito da Corrado il Salico nel 1037, con la Constitutio de Feudis) non è oggi possibile stabilire chi abbia avuto, in quegl’anni, la titolarità diretta del Contado di Bredolo, essendosi persa nel tempo ogni traccia, poiché nessun documento è giunto fino a noi, che ci abbia conservato il nome e la memoria dei fatti di alcuno di loro.

    Le prime notizie generiche sul Contado di Bredolo sembrano risalire all’anno 815, quando il Contado fu citato in un documento di Ludovico il Pio, attraverso il quale molte terre e relative rendite furono donate all’Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, anche se la veridicità di tale documento fu successivamente messa in forte discussione dagli storici.

     Risulta invece che, all’inizio del X secolo, il Contado di Bredolo dipendesse dal Vescovo di Asti, sia come giurisdizione ecclesiastica, sia come potere temporale, in quanto, con decreto datato 18 giugno 901, l’imperatore carolingio Ludovico III di Provenza aveva donato il Contado, con tutti i possedimenti e relativi diritti, al Vescovo di questa diocesi, Eilulfo II, ed ai suoi successori. La donazione venne elargita, probabilmente, quale ricompensa per la fedeltà dimostrata e per l’appoggio ricevuto dal Vescovo di Asti, schieratosi dalla parte di Ludovico nella contesa con Berengario I, per la conquista del regno d’Italia prima e della corona imperiale poi. Tale donazione fu ribadita in occasione dell’emanazione di un successivo diploma imperiale, datato 25 febbraio 902.

     Con i due diplomi, emanati da Ludovico III, nel breve periodo in cui fu re d’Italia ed imperatore, tutto quanto era di diritto pubblico era trasferito nella proprietà e diritto della chiesa di Asti. Con la dicitura diritto pubblico si intendevano persone, campi, prati, vigne, selve e pascoli, monti e pianure, fiumi e torrenti, acquedotti, mulini, diritto di pesca.

     La giurisdizione del vescovo di Asti non era dunque solo ecclesiastica, ma anche civile e, come tale, ingiungeva al prelato obblighi militari, per la difesa delle popolazioni a lui affidate.

     Intanto il villaggio di Bredolo, come già detto capitale del Contado, si era arricchito di un castrum (una fortificazione) nella parte alta, che per la sua stessa natura risultava di difficile accesso e pertanto maggiormente difendibile. Si trattava di un insieme di costruzioni, circondate da alte mura di protezione. All’interno si trovavano un’alta torre di vedetta, l’abitazione del conte rurale, che esercitava il potere politico, giudiziario e militare, poche altre abitazioni di famiglie nobiliari e l’originaria cappella che, ampliata e rimaneggiata con l’aggiunta anche dell’abitazione del pievano, era diventata una Pieve importante, cioè una parrocchia matrice, dedicata all’Assunta, con il titolo di Santa Maria in Bredolo.

    La Pieve rappresentava inizialmente un’istituzione religiosa, ma, nel corso dei secoli, assunse anche funzioni giuridiche, economiche, giudiziarie e militari. Il titolo di Pieve, attribuito alla chiesa madre o principale, identificava il centro della vita religiosa ed anche civile di un territorio, più o meno vasto, che comprendeva un certo numero di località. Il territorio, sul quale si estendeva la giurisdizione spirituale del pievano, rappresentava quindi una vera e propria suddivisione della diocesi di appartenenza ed era definito plebania.

     Nella Pieve si amministravano i Sacramenti e vi risiedeva in permanenza un sacerdote, che era chiamato Pievano, il quale, spesso, oltre al reggere la propria chiesa battesimale, doveva anche sorvegliare e dare un giusto indirizzo a minori sacerdoti, che, sotto la sua dipendenza, reggevano altre chiese, prive di battistero, dette oratori o cappelle. In queste chiese minori i fedeli si riunivano a pregare in comune, ma non si potevano celebrare gli atti di culto più importanti, quali la veglia pasquale, il battesimo, la sepoltura ed il matrimonio, riservati esclusivamente alla Pieve.

    La grande importanza acquisita dalla Pieve di Bredolo è confermata dalla prima parte dell’iscrizione del 1869, che sovrasta il portone dell’ingresso principale della chiesa: Haec inter vetustas antiquissima atque ab anno millesimo perillustris Parochia e cioè Questa tra le antiche antichissima nonché Parrocchia molto illustre già dall’anno mille.     

     Per quanto concerne invece il castello, le notizie al suo riguardo sono quasi inesistenti. Tale costruzione, della quale oggi non rimane alcuna traccia, sorgeva in prossimità della chiesa, nel luogo dove oggi si trova il cimitero della frazione. Alla fine del secolo XIX, il Morozzo scriveva nel suo libro: “Alcuni anni sono si vedevano ancora alcuni ruderi di una torre stata abbattuta nel 1684 per fabbricare un ponte colle sue pietre sopra il vicino torrente Branzola”.

     Il parroco Don Carlod scrisse che i ruderi di una torre che si scorgevano nel Cimitero, di un’altra torre demolita nel luogo ove si piantarono le fondamenta della nuova Scuola Comunale, alcuni muraglioni qua e là diroccati, i gingilli di terra cotta trovati, i resti di vasi lacrimatori, l’attuale Chiesa coll’attiguo fabbricato, sono i pochi avanzi del Castello.

     Due documenti attestano una presenza abitativa all’interno del castello:

- il primo riguarda un rogito notarile, datato 3 maggio 1190, relativo ad un’acquisizione di terreno nei pressi di Magliano, da parte del Monastero di S. Maria di Pogliola. Lo strumento venne redatto presso la casa di Giacomo Olla, nel castello di Bredolo.

- maggior importanza riveste il rogito datato 9 dicembre 1178 redatto nel castello di Bredolo con il quale Guglielmo, signore di Morozzo donava all’Ordine del Tempio una casa di sua proprietà, situata nel borgo di Vico affinché fosse destinata a ospedale. Il documento prevedeva inoltre, a titolo di costituzione della dote per il mantenimento della struttura, la donazione di venti giornate di terre aratorie in Bredolo e di dieci giornate in Carassone. Questo documento pare attestare la presenza dei Templari in quel di Breolungi. Ma questa è una valutazione soggettiva da verificare con estrema attenzione.

    Si ritiene che la gente comune dovesse senz’altro abitare nel territorio circostante, sia lungo il torrente Pesio, sia nella pianura che si estende verso l’attuale concentrico di Mondovì, dove l’esistenza a quel tempo di alcune cappelle, che la pietà dei fedeli aveva eretto nei piccoli centri abitati della campagna, suffraga l’ipotesi della presenza di abitazioni limitrofe, raggruppate, fin d’allora, in piccoli quartieri o frazioni.

     La maggior parte del territorio era ancora ricoperto di foreste e costituito da terre incolte e paludose. Una parte molto limitata era destinata alla coltura dei cereali ed al pascolo degli animali. Le case erano in legno, con i tetti ricoperti di paglia, a volte di assicelle di abete o di ardesia (le lose che oggi vediamo sulle baite di montagna). Le vivande venivano cotte sul fuoco sul pavimento in terra battuta e gli incendi si sviluppavano con una certa frequenza.

     Il signore del castello sfruttava il suo potere, amministrava la giustizia ed esigeva varie imposizioni, le cosiddette gabelle. I lavoratori della terra lavoravano sodo per diradare le foreste e convertirle in zone agricole, ma i primi raccolti dovevano essere devoluti al Vescovo o al signorotto locale.

     Nei primi decenni del secolo X, i Saraceni, che a più riprese avevano invaso le vallate piemontesi, intensificarono le loro scorribande.

     I Saraceni, spietati predoni originari del Nord Africa, erano, per loro stessa natura, uomini avidi e battaglieri e portati alla pirateria ed alla rapina. Animati dalla riuscita delle loro scorrerie piratesche, verso la fine del secolo IX, avevano occupato facilmente la zona costiera della Francia meridionale in Provenza, dove avevano stabilito il loro quartier generale, da cui avevano origine le incursioni verso l’entroterra ligure e piemontese. Le regioni piemontesi, da loro invase, furono ridotte in condizioni assai misere, le chiese ed i conventi arsi e distrutti, la ricchezza pubblica consumata, l’agricoltura disastrata, le terre spopolate.

     Fu proprio durante una di queste incursioni, nel territorio al di là delle Alpi, che le bande armate saracene devastarono e saccheggiarono buona parte del Contado di Bredolo, seminando ovunque morte e distruzioni, sia nei centri abitati che nella campagna. Particolarmente colpiti dalla furia saracena furono alcune abbazie e conventi del Contado, diroccati e dati alle fiamme. Anche nel castrum di Bredolo, il castello e le vicine abitazioni furono incendiate e distrutte. La Pieve fu l’unico edificio a sfuggire allo sterminio.

     Dopo la definitiva cacciata dei Saraceni dal territorio piemontese, avvenuta verso la fine del X secolo, dopo settant’anni di terrore e rovine, iniziò un periodo di positivo rilancio della vita civile, religiosa, culturale ed economica del paese. La gente uscì dall’anno mille, con un pesante fardello di povertà, sia economica che culturale e morale, dovuta al susseguirsi di continue sanguinose dominazioni. Anche Bredolo si riprese, si ripopolò e ricominciò una nuova vita, politica e sociale, rabberciò mura e case, fece più bella la Pieve, più forte il castello, più autorevole la sua presenza all’intorno.

    Dopo alterne vicissitudini, che registrarono l’avvicendarsi, per quasi 150 anni, nel governo del Contado, di personaggi religiosi (Vescovi ed Abati) e laici (Conti e Marchesi/tra questi in particolare i Signori di Bredolo, di Morozzo e di Carassone), si giunse all’anno 1040, quando l’imperatore Enrico III il Nero donò ancora una volta il Contado a Pietro III, Vescovo di Asti. La donazione venne ribadita in un successivo diploma dello stesso imperatore, datato in Aquisgrana il 26 gennaio 1041, che contemplò, tra l’altro, anche l’elenco dettagliato di tutti i possedimenti religiosi, civili e rurali, ricompresi all’interno del Contado, tra cui la pieve di Santa Maria in Bredolo sul fiume Pesio.

     Le contee e le marche variavano spesso i loro confini, sia perché annettevano or questo or quest’altro territorio, a scapito di altre contee o marche, sia perché, al momento della morte di un feudatario, il feudo veniva frantumato e suddiviso tra i suoi discendenti maschi. I feudatari si succedevano quasi sempre per via ereditaria, oppure a seguito di matrimoni politici (di convenienza), oppure per semplici scambi di territori. Alla sua morte, Gezzone da Subteniano, lasciò il contado di Bredolo a tre dei suoi figli che smembrarono il contado in altrettanti piccoli feudi, dando così origine ai tre rami locali di feudatari: Giovanni diede origine ai signori di Bredolo; Eremberto ai signori di Morozzo; Rodolfo ai signori di Carassone. Il quarto figlio, Oberto, si fece monaco.    

      Il Contado di Bredolo, fortemente ridimensionato, già a partire dal 1025, aveva iniziato a perdere buona parte della sua importanza economica e strategica e, di conseguenza, lo stesso capoluogo, che aveva subito un forte ridimensionamento urbano, fu indicato nelle carte col semplice titolo di corte, cioè un insediamento rurale o piccolo villaggio, costituito da un castello per la difesa del territorio, da una cappella per l’esercizio del culto divino e da poche altre abitazioni. Anche la chiesa iniziò a perdere importanza e, come comprovato da antichi documenti, conservò il titolo di pieve solamente fino al 1070.

Nascita del Comune e della Diocesi di Mondovi’

     Intanto alcune famiglie di Vico, Vasco e Carassone, contadini innanzitutto, ma anche mercanti e artigiani, che non potevano o non volevano più sottostare alle imposizioni economiche del Vescovo di Asti, si rifugiarono sulla sommità della collina (dove si trova oggi il rione di Piazza) coperta da una fitta boscaglia, che offriva la protezione ideale per realizzare una comunità libera. La collina, allora, presentava tre sommità, tre punte: al centro (all’altezza dell’odierna Piazza Maggiore e sul pendio dell’altura della Cittadella verso Vicoforte) l’altura venne abbassata e appianata e qui si sistemarono i popolani provenienti da Vico, che furono i primi a trasferirsi sul monte; a sud (sul pendio dell’altura dell’attuale Cittadella verso Breo) si stabilirono le famiglie di Vasco; a nord (la zona del Belvedere) si collocarono  le famiglie di Carassone. Le famiglie inizialmente si adattarono a occupare le costruzioni edificate dai Saraceni e abbandonate in fretta e furia, nella fuga. Successivamente si dotarono di abitazioni proprie. I tre agglomerati di case costituirono i tre terzieri, che furono all’origine della nascita di Mondovì.

     Ai primi occupanti del colle se ne aggiunsero molti altri, provenienti dalle campagne intorno. Infatti, ad alcuni abitanti dei vici, specie quelli che possedevano terreni più lontano dalla corte, la vita curtense divenne troppo angusta e costituì un ostacolo ad un maggiore benessere e quelli più abbienti presero quindi a lasciare le corti. Una buona parte delle famiglie del Contado di Bredolo, sopravvissute alle angherie saracene, fortemente preoccupate per il possibile ripetersi delle loro scorrerie ed anche per sottrarsi ai soprusi del potere feudale, laico ed ecclesiastico, decise di espatriare, alla ricerca di un luogo maggiormente protetto e sicuro. Le prime famiglie si stabilirono, in modo provvisorio, nei pressi del Ponte della Nova (situato a metà circa dell’attuale strada di collegamento Breo-Piazza e sotto il quale si inerpica ancora oggi il tracciato della Funicolare) sulle prime pendici del monte di Vico, sebbene questo non rappresentasse un luogo particolarmente indicato, per un insediamento urbano.

     A seguito del consistente spostamento della popolazione da Bredolo verso il neonato comune di Monte Vico, si avvertì la necessità di costruire, a metà del monte, una nuova chiesa, cui venne inizialmente posto lo stesso nome della chiesa di origine: Santa Maria de Bredolo, a ricordo ed in onore dell’antica Pieve del luogo, da cui proveniva la maggior parte degli abitanti della zona.

     Sulla base di quanto citato in un documento datato 1314, tale chiesa venne eretta presso il Ponte della Nova. La nuova chiesa venne inizialmente chiamata Santa Maria Nuova ma assunse nei secoli successivi altre denominazioni, quali Santa Maria delle coste di Bredolo, Santa Maria di Bredolo nella città, Santa Maria di Bredolo tra le mura, Santa Maria delle Rose, Santa Maria del Piano di Bredolo per distinguerla dalla vecchia ed originaria Pieve di Bredolo denominata Santa Maria antica e detta altresì Santa Maria di Bredolo campestre, Santa Maria fuori città, Santa Maria fuori mura in campagna, Santa Maria del castello di Bredolo.

     L’antica Pieve di Bredolo mantenne per parecchi anni il titolo di parrocchia, fintanto che, nell’anno 1345, a seguito di una sempre più marcata riduzione della popolazione locale, a favore del nuovo insediamento urbano di Mondovì, la chiesa venne declassata e ridotta, come si rileva dal Registrum ecclesiarum diocesis astensis, a semplice oratorio, sottomessa al Parroco della nuova Parrocchia matrice di Santa Maria Nuova, cui venne imposto l’obbligo di mantenervi un  sacerdote, che facesse in alcune parti le sue veci.

     Il titolo giuridico e le funzioni parrocchiali passarono così dall’antica Pieve di Bredolo alla Chiesa di Santa Maria Nuova, già sua filiale. Non di rado si verificò in quel periodo la decadenza di molte pievi rurali, che vennero ridotte al rango di chiese dipendenti da quelle delle circoscrizioni cittadine, maggiormente importanti ed influenti sul piano politico-amministrativo. Nel caso specifico, la chiesa cittadina del sobborgo di Breo, che nel frattempo era cresciuto notevolmente, con l’insediamento delle prime attività artigiane e commerciali.

     La chiesa di Santa Maria Nuova mantenne il titolo di parrocchia fino al 1549, quando la dignità parrocchiale venne trasferita alla nuova chiesa, edificata nel decennio compreso tra il 1480 ed il 1489 nel pianoro sottostante, a ridosso del colle, laddove si era concentrata nel frattempo la maggior parte della popolazione, costretta ad abbandonare in modo definitivo il luogo della Nova. Lo spostamento era dovuto alla scarsa disponibilità di spazi per un ampliamento urbano, nonché alla pericolosità di smottamenti del terreno franoso, su cui poggiavano le prime abitazioni.

     La nuova chiesa, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, venne dichiarata chiesa parrocchiale e da lei dipendevano le due chiese intitolate a Santa Maria di Bredolo, sia quella rurale che quella cittadina, della quale oggi non rimane più traccia.

     La Pieve di Bredolo quindi veniva, ancora una volta, ridimensionata e identificata quale semplice cappellania della nuova Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Breo. La chiesa conservava il servizio di un  sacerdote, ma unicamente per gli atti e le funzioni religiose più importanti.

     Nei secoli successivi la chiesa di Breolungi venne bistrattata più volte. In particolare al tempo delle epidemie di peste venne utilizzata come lazzaretto per il ricovero degli appestati (le picchettature, rilevabili sugli antichi affreschi, effettuate per consentire una maggior adesione dello strato di calce applicato sulle pareti, per il risanamento dei locali, lo testimoniano). La chiesa subì in seguito la furia iconoclasta delle truppe napoleoniche, che la utilizzarono come stalla per i loro cavalli e diedero alle fiamme l’archivio parrocchiale.

Ricostituzione della Parrocchia.

     Come già riferito in precedenza, la Pieve di Bredolo aveva subito, nell’anno 1345, un declassamento ed era stata qualificata nel Registro Diocesano come un semplice oratorio, alle dipendenze della parrocchia di Santa Maria Nuova, con l’obbligo di presenza di un sacerdote. 

     Successivamente la chiesa venne visitata dal visitatore apostolico Mons. Scarampi il quale, in due anni, dal 1582 al 1583, visitò tutte le chiese della diocesi monregalese e stese una relazione dettagliata sul loro stato fisico ed economico. Con i successivi decreti di attuazione, ordinò l’esecuzione di miglioramenti e modifiche, ritenuti necessari per conformare gli edifici ecclesiastici ai nuovi dettami, scaturiti dal Concilio di Trento.

     Il visitatore apostolico così si espresse, nella sua relazione del 1583:

“Visitavit ecclesiam Sanctae Mariae, quae dicta Breo longo, sub titulo Assumptionis. Constat tribus navibus, ampla, sub tegulis. In ea manutenetur, per rectorem parochialis portae Breduli, capellanus qui nunc est Reverendus P. Fratrum Petrus Martir Percivatius, theologus et praedicator ex ordine praedicatorum, qui tenet celebrare diebus festivis ac dominicis et sacra ministrare vicinis, ac predicare in quadragesima”.

“Ho visitato la chiesa di Santa Maria in Breolungi, dedicata all’Assunta. E’ costituita da tre navate, ampia e con tetto a vista. E’ gestita, per conto del rettore parrocchiale di Breo, da un cappellano che ora è il reverendo padre Pietro Martire Percivalle, teologo e predicatore, dell’Ordine dei Predicatori, che è tenuto a celebrare messa nei giorni festivi e nelle domeniche, ad amministrare i Sacramenti agli abitanti della zona ed a predicare durante la quaresima”.

     La Pieve di Bredolo quindi veniva, ancora una volta, ridimensionata e identificata quale semplice cappellania della nuova parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Breo.  La chiesa conservava il servizio di un sacerdote, ma unicamente per gli atti e le funzioni religiose più importanti. A onor del vero la chiesa rurale di Breolungi, ubicata al centro del suo circondario, aveva in pratica le stesse funzioni di una chiesa parrocchiale, dalla quale si differenziava unicamente per non avere un parroco residente e permanente nominato direttamente dal Vescovo. A Breolungi infatti risiedeva un vice-curato su nomina e a completa disposizione del parroco di Breo, il quale lo manteneva e lo stipendiava. Egli poteva essere rimosso in qualsiasi momento a insindacabile giudizio del suo superiore. Per esercitare le sue funzioni, il parroco si recava presso la vice-cura unicamente ogni prima domenica del mese.

     All’inizio dell’Ottocento la popolazione della frazione, in costante aumento, aveva raggiunto i milleduecento abitanti sparsi in diverse borgate. Un memoriale inviato a inizio secolo al Vescovo Giovanni Battista Pio Vitale segnalava che il territorio, affidato alle cure pastorali del vice-curato non era limitato alla sola frazione ma era molto più esteso. La giurisdizione della vice-cura,  infatti, si estendeva a una decina di borgate (Aimi, Murazzani, Molineri, Dardanelli, Mondini, Bertini, Bava, Riva di Pogliola, Zucchi e Airaldi) per una popolazione complessiva di circa duemilacinquecento anime. Le borgate erano piuttosto distanti tra di loro, ma in particolare lontane, in alcuni casi circa quattro miglia, dalla chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Mondovì Breo, che, considerate la carenza e la precarietà delle strade di allora, era pressoché irraggiungibile, in particolare durante il periodo invernale. Queste considerazioni giustificarono la pressante richiesta, inoltrata da parte dei fedeli della frazione nei confronti del Vescovo, affinché venisse restituito alla Pieve il titolo di chiesa parrocchiale.

      Tale richiesta non venne presa in considerazione ma realisticamente si può ritenere che le maggiori difficoltà fossero da ricercarsi nell’impossibilità, da parte di quella povera gente, di poter dotare la nuova parrocchia di un reddito sufficiente a garantire una vita decorosa al parroco.

     Lo stesso Visitatore Apostolico della Diocesi, Mons. Scarampi, aveva avvertito tale necessità, ma aveva desistito dal suo proposito, perché il luogo aveva un clima particolarmente insalubre. Più realisticamente si può pensare che le difficoltà maggiori fossero da ricercarsi nell’impossibilità, da parte di quella povera gente, di poter dotare la nuova parrocchia di un reddito sufficiente a garantire una vita decorosa al parroco.

     Tale reddito, nel 1842, non doveva essere inferiore alle 750 lire annue, come risulta da una risposta del vicario generale don Bongiovanni ad una ennesima richiesta; una cifra pur sempre considerevole per le esigue possibilità dei breolungesi, che decisero allora di rivolgersi alla contessa Luigia Fontana di Cravanzana, erede dei possedimenti del Contadore”.

     La contessa, seppure di religione cristiana luterana, si dimostrò molto sensibile verso la causa ed assicurò personalmente alla parrocchia un reddito annuo di 500 lire; altre 150 lire vennero assicurate dal contributo di tre parroci locali, di origine breolungese: Don Giuseppe Mondino, vicario di Piandellavalle, Don Pietro Dardanelli, vicario di San Biagio, Don Giovanni Granetti, prevosto di Breo; le 100 lire residuali furono recuperate grazie all’offerta di prodotti in natura, quaranta emine di grano, garantita dagli amministratori della chiesa, che, in un momento già di vacche magre, decisero di privarsi di parte della loro fonte di sostentamento, nell’interesse della loro chiesa.

     Fu così che, grazie in particolare all’influenza politica ed alla disponibilità economica della contessa Luigia Fontana dei marchesi di Cravanzana e conti di Monastero, nell’anno 1843, per la  precisione il 4 marzo, alla Pieve di Bredolo venne doverosamente restituita dal Vescovo di Mondovì, Mons. Tommaso Ghilardi, l’antica dignità parrocchiale con la dedicazione della Pieve a  Maria Vergine Assunta.

    La ricostituzione avvenne con apposito atto notarile, redatto alle ore 13 nel Palazzo Vescovile dal Regio Notaio e Cancelliere Vescovile Carlo Raffaele Vassallo, alla presenza del Vescovo, del Can.co G.B. Bongiovanni, Arcidiacono Vicario Generale della Diocesi e del sig. Stefano Airaldi, in rappresentanza della nuova parrocchia.

    L’evento venne ricordato con una lapide marmorea, murata in fondo alla chiesa, sulla destra di chi entra e precisamente ai piedi dell’affresco, assai pregevole, della Madonna della Purificazione.

    L’epigrafe così testualmente recita:

MDCCCXLIII

QUESTA ANTICA PIEVE DEL CONTADO DI BREDOLO

GIA’ DA SETTECENTO ANNI SCADUTA

DA DUECENTO SPOGLIATA SOPPRESSA

IN QUEST’ANNO SI RISTABILIVA

DAL VESCOVO TUTTO ZELO MONSIGNOR GHILARDI

PER COMMENDEVOLE E RARA LIBERALITA’

DI LUIGIA FONTANA DEI CONTI DI CRAVANZANA

COLLE LARGIZIONI DE’ PARROCI MONDINO DARDANELLI

GRANETTI

A PIA SOLLECITUDINE DEGLI AMMINISTRATORI

DELLA CHIESA

IN QUESTO DI’ SOLENNE SETTE MAGGIO

IL PRIMO PARROCO D. G. CARLOD DA CEVA

I BREOLUNGESI

PER GRATITUDINE NON PERITURA

 

IL RESTO E’ STORIA RECENTE E RIENTRA NELLE VICISSITUDINI DEL COMUNE DI MONDOVI’

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