1, Il Romanico, Mons. Luciano Pacomio,7 dicembre 2013

Il Romanico

Grandioso fenomeno artistico e singolare testimonianza del pregare cristiano

Premessa

      Mi rifaccio al testo introduttivo del vescovo di Pinerolo Mons. Pier Giorgio Debernardi, nell’incontro promosso dalla CRT, a commento del progetto: «Città e Cattedrali». Scriveva:

  1. Questi luoghi e queste opere non sono soltanto godimento estetico. Sono bellezza che si rivela come “buona notizia”, dunque come “vangelo”, San Giovanni Damasceno – il difensore e il cantore delle immagini sacre – non esitava a dire: «Se un pagano viene e ti dice: mostrami la tua fede! Tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri».
  2. Giustamente Marc Chagall diceva con convinzione che per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che sono le pagine della Bibbia. Ancora oggi l’arte narra e trasmette la parola di Dio incarnata in immagini che non colpiscono soltanto lo sguardo, ma anche l’intelligenza e il cuore. L’uomo esprime la pienezza della sua umanità quando è capace di dialogo, cioè di ricevere e rispondere. Questo avviene quando egli con empatia si pone di fronte all’opera d’arte.

Stando sempre ad illustrare di opere storicamente più emblematiche aggiungeva:

  1. Non bisogna dimenticare che la cattedrale è l’edificio sacro più importante della diocesi; è la chiesa madre, è uno scrigno di opere d’arte, è il luogo testimone di tante vicende, di tanti avvenimenti – ora lieti ora tristi – di un popolo, «le cui pietre – come affermava Giovanni Battista Montini – in modo particolare narrano la fede dei padri la cui vita privata e pubblica era orientata a Dio, principio e fine di ogni attività». Nel 1965, egli ormai Papa Paolo VI, si esprimeva così: «La cattedrale della diocesi, che spesso è luminosa espressione di arte e di pietà dei secoli passati, e contiene non di rado mirabili opere d’arte, si distingue specialmente per la sua dignità (come dice il nome vetusto) di contenere la cattedra del vescovo, che è fulcro di unità, di ordine, di potestà e di autentico magistero».

Un primo capitolo: TRA STORIA E MONACHESIMO

      Intendiamo come “romanico” «quel particolare momento della cultura artistica europea, compreso tra i sec. XI – XII che si pone intermedio fra le manifestazioni dell’arte ottoniana e delle varie tarde diramazioni di quella carolingia da un lato, e le prime chiare manifestazioni dell’arte gotica dall’altra»[1][1].

Contesto storico

      Siamo chiamati a riandare nell’aprirsi al nuovo millennio dell’era cristiana, a un periodo storico culturale di particolare fervore di vita, in tutta l’Europa.

       Siamo di fronte a una vera internazionalizzazione della cultura, grazie soprattutto a un intensificarsi di scambi commerciali e fortunatamente anche spirituali, soprattutto per i pellegrinaggi in primis e per l’erezione incredibilmente numerosa di tanti monasteri.

      A livello artistico si intrecciano motivi tramandati dall’antichità classica sia da apporti orientali (si pensi anche solo alle conoscenze e stimoli acquisiti dalle Crociate in Terra Santa), bizantini e arabi. Castelli, chiese e monasteri attestano. Un afflato di profonda originalità e di un nuovo spirito che potremmo semplicemente qualificare naturalistico. Ovviamente è importante ricordare quindi i possibili influssi siriani e di tutta l’Asia Minore.

       Importante è cogliere la portata antropologica che il fenomeno artistico di portata europea propone e ispira: in senso inizialmente non in modo lineare, logico e crescente, come avviene per ogni incipiente svolta storico-artistica, ma poi sempre più chiaro e delineato come grande forza spirituale e esigenza di bellezza e di attuazione di felicità possibile.

Geografia

       Significativo è il rilievo: «non è possibile dire quale sia stato il paese o la regione in cui sorse l’arte romanica: il processo di formazione fu infatti piuttosto lento e si affermò quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania, Spagna»[2][2]. A contribuire a questa diffusione in tutta Europa certamente furono: la maggior stabilità politica (l’impero germanico aveva esteso il suo potere politico su gran parte d’Italia), lo sviluppo economico, la riforma delle istituzioni religiose. Il rinnovamento della vita civile fu soprattutto dovuto all’incidenza delle comunità monastiche che emergevano rispetto a un discretamente lungo periodo di corruzione e di declino.

Accenniamo al Monachesimo

      Siamo in pieno Alto Medio Evo: si aggiunge al Papato e all’impero un terzo evento-elemento decisivo che configura la storia concreta[3][3]: si tratta del monachesimo.

      Già prima di Ottone I (962) si riconosceva il sorgere di nuclei di persone aggregantesi che riproponevano quanto era avvenuto provvidenzialmente nei primi secoli della Chiesa: una nuova vivezza della testimonianza della fede. I movimenti riformatori storicamente si attuano lentamente con un lavoro silenzioso.

      Inizialmente possiamo parlare di una riforma prettamente monastica, veramente religiosa, intraecclesiale. Ma poi dobbiamo subito aggiungere che ci apriamo a rilevare la presenza di nuovo ideale ecclesiastico di portata universale.

      Le caratteristiche del monachesimo, l’uomo che vive con Dio e per Dio e il conseguente stile ascetico, che persegue l’attuazione delle virtù cristiane contro ogni forma di rilassamento e attesta lo spirito di mortificazione liberante, si estendono dei monasteri, all’episcopato e al Papato. Si rilevi inoltre che proprio in questo contesto si realizza la lotta contro le investiture, la legislazione ecclesiastica sul celibato, le norme per un impegno coerente e testimoniale. Si comprende come un monaco, dalle incredibili capacità operative e decisionali, come Ildebrando di Soana, diventerà papa col nome di Gregorio VII, poi Santo. Rivelerà valori e limiti della cultura Alto Medioevale e attesterà come è possibile concepire in modo così forte e intransigente il “potere” ecclesiastico, con vera intenzione di servire il Signore.

      L’influenza storica non fu data soltanto dalla spiccata scelta religiosa e dal movimento ascetico, ma in modo «condeterminante» dall’elemento organizzativo.

      Parliamo delle due grandi «potenze» monastiche: Cluny in Burgundia e Gorze nella Lotaringia presso Metz, rispettivamente di area politica francese e di area politica tedesca..

      Richiamiamoci solo dati numerici, geografici, e qualitativamente differenziati e due grandi centri ispiratori del monachesimo altomedioevale, per comprendere il «mistero» (in senso biblico teologico), il «messaggio», la portata dell’arte romanica che dai monasteri, ha ispirato chiese e cattedrali, castelli e abitazioni di pubblico servizio.

     Gorze ha creato gruppi a Ratisbona, a Niederaltaich, a Lorsch, a Fulda, a Magonza; si esprimono osservanze miste a Verdun con Riccardo di S. Vanne che si estendono in Belgio, in Fiandra; e sorgono gruppi di giovani-gorziani di una doppia linea, tedesca al sud e tedesca al nord.

     Cogliamone gli aspetti che differenziano le scelte di Cluny.

  1. Non conoscono il centralismo di Cluny.
  2. Hanno un atteggiamento positivo nei confronti dell’ordine feudale dell’epoca e della Chiesa imperiale.
  3. Aumenta a dismisura la clericizzazione: il numero di monaci-sacerdoti aumenta sempre più; anche i fratelli laici, i «conversi» acquistano una grande importanza.

È opportuno richiamare altri centri di riforma in Italia. Al sud-Italia con S. Nilo ( 1005); attorno a S. Romualdo ( 1017), fondatore dell’eremo di Camaldoli, con il sec. XI si trasforma nell’ordine dei Camaldolesi per opera di S. Pier Damiani. Ricordiamo anche la fondazione di S. Giovanni Gualberto di Vallombrosiani.

        Cluny, con il primo abate Bernone, mentre c’era una decadenza dei monasteri tutto all’intorno, sorge nell’anno 910.

         Due personaggi sono da ricordare: il duca di Aquitania donò il monastero sotto la protezione del Papa, distinguendo quasi rivoluzionariamente dalla concezione germanica della donazione; poi Alfredo di Borgogna (927) che confermano i privilegi cluniacensi.

         Si noti l’importanza di assicurare la libertà di Cluny contro l’ingerenza di ogni altro potere sia temporale sia religioso; garanzia economica di fronte al feudalesimo laicale ed episcopale.

         Ci sono degli eventi storici rilevanti.

  • Dopo il fondatore, per circa 200 anni, ci fu una successione di 5 abati che designarono personalmente il loro successore, consolidando una grande tradizione.
  • Quando Cluny rischiava la decadenza Gregorio VII, già monaco, promosse ad Hirsan, nella foresta nera (1079) ad attuare la riforma cluniacense, con una propagazione enorme per la durata di un secolo con la presenza di 150 monasteri.

Sinteticamente presentiamo gli aspetti positivi e negativi.

  • Fu riacquistata serietà monastica secondo la regola di S. Benedetto.
  • Fu perseguito un vero rinnovamento spirituale.
  • Una forza culturale e cultuale incredibile nella celebrazione grandiosa e avvincente della liturgia (“opus Dei” di S. Benedetto), unitamente alla testimonianza di un «affratellamento» nella preghiera, con un’attenzione all’intercessione per le anime del purgatorio. La Chiesa assumeva una forza che poteva di fatto trascendere il tempo.

Negativamente possiamo così esprimerci.

          L’aumentare l’ufficio corale fino a renderlo una preghiera perenne, se esprime da un lato una certa eroicità, dall’altro poteva attestare una certa esagerazione e una cecità sui valori spirituali, equilibratamente coltivati.

            In concreto:

-          mancava il lavoro paziente e la meditazione sulle Sacre Scritture (pur permanendo in una continua salmodia e lettura scritturale);

-          e l’assenza del lavoro manuale, faceva interrogare se davvero il benedettinismo veniva attuato con spirito veramente evangelico.

Si noti che così veniva a cambiare la portata e lo stato di proprietà e con esso l’ideale di povertà. Il pregare si trasforma nel «lavoro» unico intrapreso. Titolo glorioso per Cluny, ma anche via di impoverimento spirituale.

            Rileviamo che nel passaggio del millennio circa 1600 monasteri avevano assunto lo spirito di Cluny; sono stati una forza di unificazione dell’Europa. Fu un movimento grandioso a cui aderirono vescovi e sacerdoti. Si pensi però contemporaneamente che con la forma centralizzata l’abate di Cluny prese il posto dei feudatari che avevano donato chiese e monasteri, con l’incipiente rischio di essere una Chiesa monastica, la sola a comunicare la giusta forma del monachesimo e quasi del cammino credente.

Piccola appendice

           Vale la pena tenere sommamente presente il sorgere dei Cistercensi  (ricordo S. Bernardo), sorto anche in differenziazione alla mondanizzazione dei Cluniacensi e dei Benedettini in genere.

            Si proponevano una vita isolata ed austera, lontano dalla città. I loro monasteri erano grandi e autonomi, in grado di venire incontro a tutte le esigenze della persona. Monasteri e chiese erano attivati all’insegna della estrema semplicità. In genere a pianta rettangolare, priva di torri, dipinti e sculture (v. abbazia di Fontenay in Borgogna).

Un secondo capitolo:  ORIZZONTI D’ARTE

            Come si presenta, con quali caratteristiche e attestazioni costanti si presenta il ROMANICO nello scenario europeo?

 A  Richiami mnemonici da memorizzare e scelte di gustata contemplazione da ricordare.

In Germania

Esempi  più caratteristici di arte romanica sviluppatasi sulla base dello stile ottoniano:

Cattedrale di Spira, di Magonza, di Worms. Così Mausolei e Battisteri (con richiamo il Santo Sepolcro a Gerusalemme).

In Inghilterra architettura anglo-normanna.

Cattedrale di Norwich, 14 campate.

Cattedrale di Durham

Edifici dell’Inghilterra occidentale a Gloucester, Tewkesbury, Pershowere. Ma non con tipologie diversificate regionali come in Francia e Italia.

In Francia

Chiesa di Sainte-Madeleine a Vézelay,

Cattedrale di Saint-Lazare a Autan,

Francia centroccidentale:

-          edifici derivati dalle antiche tradizioni romane in Provenza;

-          nella chiesa del Poitou: Saint-Savin e Notre Dame la Grande,

-          nell’Alvernia, le Chiese di Issoire, Clermond-Ferrand, Saint-Nectaire.

Si tenga presenti soprattutto i monasteri

In Spagna

Soprattutto le Chiese  del pellegrinaggio. In Catalogna echi di tradizioni mozarabiche: S. Pedro de Roda; rapporto con l’arte lombarda: S. Maria di Ripoli.

            Nella regione di León: l’arte romanica ispirata a edifici francesi provenzali: S. Isidoro di León.

 B  Che cosa succede in Italia?

C’è un mondo che rivive. Dalla Lombardia-Piemonte- al Veneto, all’Emilia, alla Toscana e Sardegna, fino a opere nelle Marche e ha senso interrogarci ed esplorare le varie realtà del Sud: dalle Puglie alla Sicilia. Citiamo solo nomi. Richiamiamo la presenza dei «Magistri com(m)acini» (si ricordi l’etimologia). E poi ricordiamo: S. Ambrogio (Milano), S. Sigismondo a Rivolta d’Adda, S. Michele (Pavia) dove riconosciamo anche S. Teodoro e S. Pietro in Ciel d’Oro; le cattedrali di Parma e di Piacenza, con S. Savino. Poi bisognerà richiamare le chiese comasche, le chiese venete; ricordiamo l’interno imponente in Piemonte della Sagra di San Michele e la possibile esplorazione del romanico nelle nostre chiese delle Langhe del monregalese da Prunetto a Saliceto. Che cos’è poi stato il miracolo di Pisa e le risonanze in Sardegna! Mi fermo qui.

 C   In sintesi: apriamoci all’interpretazione e gustiamo

Siamo in grado (pur riconoscendo la tipicità di ogni concretizzazione diversa, tipica, di ogni regione culturale) di proporre le costanti in cui riconoscere e gustare il Romanico.

Si assiste ad una definizione e a uno sviluppo di alcuni temi fondati nella tradizione del classicismo romano.

  1. Tecnica costruttiva, pilastri, volte, arcate;

costante un senso di austera e greve imponenza.

  1. Nel X secolo nelle costruzioni era usata pietra grezza. Nel XI secolo si impiegano blocchi di pietra accuratamente levigati. Annotiamo che specialmente in Spagna, con interventi di gusto e capacità arabe, gli edifici furono costruiti in mattoni.

Un intento da ricordare era la difesa dagli incendi, posta l’accensione delle candele e gli elementi in legno. Di qui la proposta e l’attuazione delle volte in pietra. Così si prese a modello l’arte romana e si addivenne alla copertura a botte, alla copertura a crociera, a costoloni.

  1. Una parola sul coro, sulla facciata, sulle navate.

Il coro era divenuto spazioso per le liturgie. Richiamiamo la duplice tipologia: la prima che includeva l’abside e il transetto; la seconda che proponeva il deambulatori, il corridoio attorno all’abside che proponeva le cappelle radiali.

Le facciate articolate nella loro suddivisione in modo da manifestare immediatamente la struttura interna della Chiesa. La suddivisione della facciata si esprime in piccole unità spaziali con impiego di cornicioni, mensole, elementi decorativi: modanature, sculture.

I portali in particolare erano arricchiti di figure, storie, perfino con fantasiose decorazioni.

Interno della Chiesa: c’erano gli spazi ben definiti sia nella navata centrale, sia in quelle laterali; così pure nel coro, nel transetto. Ognuno separato dall’altro da pilastri, colonne, semicolonne, lisene. Simile divisione spaziale era nella volta, con elementi strutturali (anche tramezzi) e decorativi. Era un insieme: non concepito matematicamente ma euritmicamente. Novità, bellezza, accoglienza con identificazione di spazio per esserci e potersi relazionare (cercando, abbandonandosi, esperimentando, contemplando).

  1. Decorazioni sono espresse sia dall’antichità romana sia con elementi bizantini e irano-siriani. Le pareti interne delle chiese romaniche furono ricoperte d’intonaco e poi dipinte. Questo era possibile per gli spazi immensi e le piccole finestre. Molti perduti soprattutto in rifacimenti ottocenteschi. L’affresco e la tempera ci è arrivato in minima parte, documentazioni frammentarie; non attuate con metodo seguito universalmente. La componente pittorica principale è bassorilievo.

*  *  *

Per la scultura si può parlare di rinascita, posto il rinnovato interesse per la pietra e per l’esecuzione di sculture che fossero parte integrante dell’edificio. Da modesti iniziali tentativi si pervenne a eccezionali attuazioni. Si richiami la straordinaria stretta collaborazione tra scultore e architetto.

 D   Per quanto riguarda l’architettura dell’ordine cistercense, riannotiamo che sia le chiese, sia  i monasteri, rispondevano a criteri di estrema semplicità; rivelavano la loro bellezza nella abilità dell’esecuzione: pianta rettangolare, privi di torri, dipinti e sculture. Il passaggio dalla volta a crociera, ben già conosciuta dai romani (risultante dall’intersecazione di due volte a botte poste ad angolo retto), che distribuiva vantaggiosamente il peso in quattro angoli sostenuti da quattro pilastri alla volta a costoloni, fu grande: con due archi (detti proprio costoloni o nervature) migliora e rafforza, riducendo il peso la muratura tra i due archi  poterono essere coperte da campate molto più ampie. Ma tale volta a costoloni rivoluzionano l’architettura romanica, preparando le basi per lo stile gotico.

Terzo capitoletto: SPINTI O APERTI O GUIDATI A PREGARE?

  1. Possiamo premettere che cosa il “cristianesimo” del X-XI secolo ci proponeva e costringeva a esprimere, pensare, desiderare, testimoniare della preghiera?
    • La preghiera era bisogno o intervento dall’Alto?
    • La preghiera era coestensiva a quale tempo del giorno e della vita?
    • Quali dimensioni coinvolgeva precipuamente della persona: il pensare, il volere, il sentire, l’agire, il relazionarsi?
    • Era intesa come rapporto/incontro e con quali dinamismi?
    • Era legata a un testo da utilizzare?
    • Era espressa con riti e il celebrare che fa convergere gesti, parole, ritmi, canti o privilegiava interiorità silenziosa, introspettiva o contemplante?

            È una cultura che ci propone modelli e risposte che possono essere recuperati e assumere portata di trascendenza e perennità. Forse anche riproponibili come scelte possibili oggi.

  1. Tenterei di abbozzare una possibile risposta a questi più che opportuni interrogativi, rifacendomi a tre fenomeni:

-          il pellegrinaggio,

-          la preghiera «liturgica»,

-          la «nuova pietas».

 Si rilevi tutto questo vissuto con la costruzione delle chiese, dei monasteri, con la vivezza dei rapporti, degli incontri, in mezzo a tanti conflitti.

Mi piace richiamare l’espressione del grande teologo svizzero gesuita  Urs Von Balthasar: «la preghiera è il “caso serio”».

  1. Il pellegrinaggio

È un fenomeno «strutturalmente» umano: motivabile dall’esigenza della ricerca, dal bisogno religioso, dalla condizione di relazionalità coinvolgente spazio e tempo (e quindi itineranza, fatica offerta, esigenze di rapporto, confronto, abbandono).

     Dalle epoche dei primi secoli con richiami alla Terra di Gesù, alle sedi papali ed episcopali di  uomini illuminati e di prestigio, al pervenire al XI-XII secolo con il richiamo al rapporto vivo da avere con gli apostoli e i santi, veri intercessori.

     Di qui le Chiese del pellegrinaggio.

Citiamo in primis in Spagna: S. Giacomo Maggiore a Santiago di Compostella; in Francia la stessa abbazia di Cluny.

    Rilevo che il pellegrinaggio come fatica del cammino, offerta motivatamente, come preghiera di ascolto (di letture, accolte), come invocazione d’orazione comunitariamente espresse, e come grave impegno (voto) assunto liberamente ma con determinazione, il più delle volte non avveniva in solitudine, ma «movimento di massa ben organizzato, composto da migliaia di pellegrini».

  1. La “liturgia delle ore”

Uso questa espressione che oggi è un po’ più familiare grazie al Concilio Vaticano II, e in parte alla Riforma liturgica, con tutte le decisioni e gli insegnamenti autorevolissimi che sono stati pubblicati.

     È la presa di coscienza che tutte le ore del giorno sono vissute con il Buon Dio o possono o dovrebbero essere vissute per Dio, a bene (ad aiuto) di tutti.

      Inoltre se questo è «pregare», i monaci, grazie in occidente a San Benedetto lo dovrebbero avere compreso in modo eminente. S. Benedetto lo ha definito: «Opus Dei» per eccellenza.

      Il pregare cristiano, non è opera psicologica, esigenza e bisogno solo dell’uomo. Con una presa di coscienza, a mano a mano, sempre più approfondita e più ragionevolmente educata e formata, è riconoscenza e riconoscimento: azione/opera di Dio (Padre, Figlio, Spirito Santo) collaborante con la persona umana, che impegna voce, pensiero, “azione”.

     In terzo luogo, pregare con e grazie alla Scrittura (Salmi, Bibbia intera: Antico Testamento e Nuovo Testamento) vuol dire: «dire a Dio le parole di Dio». È il dire di Dio; è benedire (attività creatrice, rinnovatrice, operante efficacemente).

     Qualcosa di grande e di nuovo succede nei monasteri.

     Ci è chiaro che cosa è capitato nelle scelte di Cluny e affiliati; e che scelte fanno immediatamente dopo i Cistercensi. Il valore e lo straordinario di ciò che è avvenuto nei monasteri e nelle chiese del XI-XII secolo, ci ripropone in modo forte e straordinario una proposta possibile: ben più grande e significativa di ogni limite e di ogni rischio.

     Aprirci ed educarci alla «dimensione contemplativa della vita»: che non è mai fuga, ma vittoria sul limite e sulla malvagità.

  1. Le “nuove pietas”

Nei secoli XI-XII la «cristianità»

  •   Maturò un grandioso «risveglio religioso»

 Elenco solo cosa succede a modo di titoletti.

  •  Atteggiamenti fondamentali: imitazione di Gesù; in particolare «imitazione di Cristo povero»; servizio alle povertà attraverso la predicazione itinerante.
  •   Radicamento di vita monastica «cenobitica» e vita eremitica; non è fuga dal «mondo», giacché «mondo» c’è anche nel monastero.
  •   Vera pienezza creativa che mette in discussione monaci e clero (gerarchia) e coinvolge i laici: sia chiamati nel monastero, sia promovendo in movimenti di scelta della solitudine e della povertà. Si pensi ai «conversi» fedeli laici, già nei cluniacensi e poi nel sorgere dei cistercensi: «servi servorum Dei».

Nel periodo del Romanico è incipiente un risveglio di arte e di vita che rivela un presente di ricupero storico prezioso, di carica di speranza, di preparazione per un ulteriore periodo, a sua volta, nuovo e fecondissimo.

                                                                                                    + Luciano Pacomio

Mondovì, 7 dicembre 2013


[1][1] LAVAGNINO E., Romanica Arte, in Enciclopedia Cattolica X, 1953, 1301-1308

  Si tratta del Soprintendente della Galleria del Lazio.

[2][2] AA.VV., Il romanico in Europa, in Arte IV, Roma 1986, 918

[3][3] LORTZ J., Storia della Chiesa nello sviluppo delle sue idee, Alba 1966, 273-301