Le “curtes” e una “via templare”

La parola “curtis” deriva probabilmente da latino altomedioevale: un insieme di edifici, protetti da palizzate se non da mura, collocati attorno ad una corte, un cortile, probabilmente dotato di una torre difensiva e d’avvistamento. E quella corte era il fulcro dell’economia “curtense”.

La “curtis” costituì il secolare passaggio dalla villa tardo imperiale romana, fortificata nel corso delle invasioni barbariche, al feudo medioevale. Un lento processo storico aveva portato le ville romane, già in epoca imperiale, ad organizzarsi in vasti latifondi: un processo favorito dall’eccessiva pressione fiscale dell’Impero, poiché molti liberi contadini finirono di trasformarsi in “coloni” di grandi signori, rinunciando alla loro libertà in favore di una protezione e di una sicurezza, con la garanzia di un usufrutto per loro e i loro figli. Usufrutto che, nel giro di un paio di generazioni, andava ovviamente ad esaurirsi a favore del “dominus”. Un processo quasi ineluttabile, favorito, con l’esaurirsi della spinta espansionistica dell’Impero Romano, dalla penuria di schiavi, progressivamente sostituiti da “coloni”; ma anche artigiani e commercianti, che tendevano abbandonare le città in crisi, soprattutto nel tardo impero, finirono per seguire l’esempio dei “coloni”. In tal modo si vennero a formare progressivamente le “ville rustiche” che non erano più eleganti residenze patronali e grandi fattorie, ma popolosi ricetti, caratterizzate da un’economia di sussistenza, sempre meno integrata con le città che andavano spopolandosi. Isole in un mondo in progressivo e inarrestabile degrado. Sorsero allora quelle entità territoriali in Occitania, in Borgogna, in Italia Settentrionale, nell’Elvezia, nella Germania a Ponente del Reno e a Sud del Danubio, fortemente parcellizzate, che in epoca carolingia divennero curtis, poi feudi, quindi comunità progressivamente dotate di autonomi statuti e infine comuni. Così, per l’area presa in considerazione, fu per Saliceto, Cengio, la Rocchetta di Cengio, Montezemolo, Rocca delle Vigne (ora Roccavignale), Camerana, Mombarcaro, Santa Giulia, Brovida, Carretto, Dego, Cairo, Altesino (poi Scaletta), Saleggio (poi Castelletto Uzzone), Torre Uzzone, Gorrino, Pezzolo, Bergolo, Levice, Gorzegno, Prunetto, Monesiglio, Cortemilia…

La nuova realtà delle “ville rustiche” fu una necessità apportata non soltanto dallo spopolamento delle città, ormai incapaci a effettuare un reale controllo sui loro contadi, ma dal mondo che andava radicalmente e ineluttabilmente trasformandosi: da latino a germanico. Ovviamente, lentamente, nello sfacelo generale, con il collasso delle comunicazioni e del sistema monetario, l’antica “classe latifondista latina” fu in gran parte sostituita da una nuova “classe latifondista barbarica” di “arimanni” (uomini liberi), che giuravano fedeltà ai loro duchi, poi vescovi conti, visconti e marchesi, e ottenevano in cambio l’usufrutto delle “curtes”. Ma nelle Langhe, nel basso Piemonte, nella Liguria Occidentale, dopo il grande sconquasso delle ultime invasioni, le più devastanti: ungara e saracena, che resero queste terre “desertis locis”, si assistette a uno sviluppo peculiare: ai marchesi del Vasto discendenti dal mitico Aleramo fu riconosciuto il possesso allodiale di un vastissimo territorio agricolo silvano; mentre sparute città, poco più che villaggi, restarono sotto il controllo dei vescovi conti insieme ai loro immediati contadi: Acqui, Alba, Asti, Albenga, ad eccezione di Savona. Il vescovado di Auriate frattanto era scomparso, accorpato a quello di Asti: fattore che permise a questa città di risorgere prima delle altre dal “torpore” dell’Alto Medioevo vantando una vasta giurisdizione.

Il possesso allodiale necessita ovviamente di un chiarimento: si tratta di una parola di origine germanica allod, latinizzata in allodium, che indica la piena proprietà di beni e terre; ben diversa dal beneficium, essenza della stragrande maggioranza dei feudi imperiali, che era invece una concessione in usufrutto, basato su un solenne giuramento di fedeltà: il vassallatico. Fin dall’inizio l’allodium passava in eredità tra padre e figlio e i beni allodiali erano divisibili tra gli eredi; mentre il beneficium, quando anch’esso divenne ereditario (la consitutio de feudis del 28 maggio 1037 di Corrado II il salico, lo rese ereditario anche ai feudatari minori), non era scorporabile tra gli eredi. E questa diversità, nei secoli, fece la differenza; poiché determinò una parcellizzazione progressiva del territorio, fatale a queste dinastie di “diritto longobardo”. Proprio per l’allodium i marchesi di origine aleramica si sentivano superiori ai conti Savoia, anche allorché divennero duchi, poiché questi ultimi godevano soltanto del beneficium; infatti proprio l’allodium attestava l’origine più antica della loro nobiltà, probabilmente longobarda, se non romana, e non franca! E il possesso allodiale è ben chiarito nel diploma del 23 marzo 967…

Altrettanto importanti erano i monasteri, organizzati allo stesso modo delle “curtes”, beneficiari di grandi donazioni territoriali, anch’esse allodiali. Anche i consignori di Morozzo, eredi del contado di Bredolo, vantavano diritti allodiali sulle loro terre, similmente ai marchesi del Vasto, che dopo la morte di Bonifacio nel 1130 si divisero i beni paterni diventando marchesi di Savona (i Del Carretto), di Saluzzo, Clavesana, Busca, Ceva, Cortemilia e Loreto (i principali “borghi” dell’epoca, ad eccezione di Savona che era città per la presenza della cattedra vescovile e, non a caso, fu la prima ad affrancarsi dall’autorità marchionale, grazie anche all’aiuto di Genova).

In merito alle 16 “curtes” indicate nel famoso diploma dell’imperatore del sacro Romano Impero Ottone I (redatto in favore del marchese Aleramo a Ravenna il 23 marzo 967): Dego, Bangiasco, Ballangio, Salescedo, Lecesi, Salsole, Miolia, Pulcionem, Grualia, Pruneto, Curtemilia, Montenesi, Masionti (in altre copie Maximino), Noscieto, Arche, sono opportune alcune considerazioni. E’ indubbio che il nome “Vasto” e la precisazione che queste “curtes” si trovassero in “desertis locis” attestano l’enorme danno (guasto) arrecato dai Saraceni o, forse, dagli Ungari; ma va specificato che non si trattava di luoghi solitari e appartati. Osservando la loro collocazione si evince infatti che queste “curtes” non erano soltanto “isole” caratterizzate da economie chiuse, di “pura sussistenza”, ma si trovavano in prossimità di antiche strade di origine probabilmente romana. E’ il caso di Curtemilia – Lecesi (Levice), Pruneto, Salescedo (Saliceto), situate lungo la strada di crinale della Langa tra Bormida e Uzzone; come pure la curtis di Altesino (sovrastante l’attuale Scaletta nel comune di Castelletto Uzzone), lungo la strada parallela della Valle Uzzone: via anch’essa antichissima che andava a ricongiungersi con la strada succitata di crinale al nodo viario delle Lavine. Qui, infatti, ben quattro Langhe s’intersecano: quella già citata tra Uzzone e Bormida di Ponente, la “langa” lunghissima tra Uzzone – Bormida di Ponente e Bormida di Levante che si spinge fino a Roccaverano; quella breve ma importante in direzione del Castelvecchio di Saliceto e infine la “langa” in direzione del Meridione verso Cosseria, l’antica Cruceferrea, o la montana Auxilia, ovvero Osiglia. Allo stesso modo troviamo Dego lungo la Via Aemilia Scauri, poi Iulia Augusta, che percorreva la Val Bormida di Levante e collegava il porto di Vada Sabatia ad Aquae Statiellae (Acqui Terme) e Derthona (Tortona), quindi a Piacenza e alla Via Emilia… Come pure Noscieto (Nucetto, ammesso che non si trattasse di Noceto presso Santa Giulia, giusto sopra alla curtis Altesino), Bangiasco e Masionti o Maximino, nel punto in cui la strada che risale la Val Tanaro devia verso il “Passo dei Giovetti”, nome emblematico, per poi scendere in Valle Bormida in direzione dei porti di Varigotti, Noli e anche Albenga. Non a caso a Bagnasco è ancora presente un ponte romano… Se poi Arche corrisponde a Orco, probabilmente il più antico centro fortificato nel Finalese, giusto sotto la Colla di San Giacomo, e Montenesi a Montezemolo, lungo l’antichissima via pubblica tra Ceva e il Colle di Cadibona, il discorso si fa completo.

Non a caso, nei secoli futuri, sorgeranno lungo queste strade importanti monasteri, ad attestarne la grande importanza commerciale: assi viari vitali per gli scambi tra la Lombardia Occidentale (come veniva chiamato il Piemonte) e la Riviera ligure di Ponente.

Il più antico, probabilmente, fu il monastero benedettino di San Pietro in Varatella, che la tradizione vuole fondato nell’VIII secolo da Carlomagno, ma forse era più vetusto ancora, quasi inaccessibile su un enorme masso roccioso, ma prossimo al Giogo di Toirano. Poi il solitario monastero San Benedetto nella boscosa valle del Belbo, crocicchio di strade, fondato 1033. Successivamente l’abbazia di Ferrania voluta nel 1096 dal marchese Bonifacio del Vasto, non a caso situata lungo la Via Emilia Scauri poco prima che scollinasse al Colle della Tagliata, presso Cadibona.

Da non dimenticare i tre monasteri lungo la millenaria “Via Morozzenga” che da Morozzo portava ad Albenga dal riparato porto canale, il più importante approdo nel Ponente Ligure (il monastero di San Biagio, risalente al 1014, appena fuori Morozzo; quello femminile di Pogliola e la certosa del Casotto, dopo Pamparato, voluta nel 1090 nientedimeno che da san Brunone).

L’abbazia di Santa Maria dei Fornelli in direzione della “Colla” di San Giacomo, fondata dal capostipite dei Del Carretto, il marchese Enrico, nell’anno 1086.

Il monastero francescano lungo la via che dal Colle delle Lavine, per il Montecerchio e il Carretto, scende a Cairo.

Il monastero cistercense di Bardineto, situato nel punto in cui si dipartono ben tre strade verso la Riviera: per il Colle dello Scravaion in direzione di Castelvecchio di Rocca Barbena e Albenga, per il Giogo di Toirano verso Borghetto Santo Spirito e Loano passando per il già citato San Pietro in Varatella, e il Giogo di Giustenice per La Pietra (Pietra Ligure).

Il monastero femminile cistercense di Santo Stefano voluto a Millesimo dal marchese Enrico II Del Carretto agli albori del XIII secolo in prossimità del guado, poi ponte, che attraversa il fiume Bormida lungo la già citata strada pubblica Ceva – Colle di Cadibona.

Da non scordare il monastero di San Martino a Saliceto: dipendenza antichissima dell’abbazia di Ferrania, lungo la via marenca che collegava la dorsale della Langa prossima al Colle delle Lavine con le due dorsali della Langa Occidentale, entrambe lunghissime che si dipartono da Montezemolo: tra la Bormida e il Belbo e tra il Belbo e il Tanaro. Presso il monastero di san martino c’erano cinque chiese nell’arco di un paio di chilometri: San Rocco e San Martino, già parrocchiale di Saliceto fino al 1583, presso la località Lignera, Santa Caterina da Siena in prossimità del ponte dove c’è ancora un mulino sotterraneo, immune dalle esondazioni del fiume, la chiesa dei santi Gervasio e Protasio oltre il fiume, e infine, in cima alla collina di fronte, a ponente, la chiesetta di Santa Caterina d’Alessandria, recentemente restaurata. Non caso il torrente che da levante scende perpendicolare alla Bormida porta il nome emblematico di “rian Marench” (rio Marenco) con la Ca Marenca, la Väl Marenca che sale al Ciaplau e la Vallis Ferranie in direzione del Pilone delle Quattro Vie…

Il monastero femminile di Castino e quello di San Bovo lungo la strada che collegava Cortemilia ad Alba. E poi le grandi abbazie occidentali, all’imbocco delle “valli provenzali”: la certosa del Pesio nella valle omonima, sottostante l’arduo Passo del Duca; l’antichissimo monastero di San Costanzo all’imbocco della Val Maira e quello altrettanto antico dei Santi Pietro e Colombano di Pagno, con la vicina abbazia di Santa Maria, all’ingresso della Val Varaita; infine la più importante di tutte, l’abbazia di San Dalmazzo di Perdona, ora Borgo San Dalmazzo, all’imbocco di tre valli convergenti: la Val Vermenagna con il Colle di Tenda, la Val Gesso con il Passo del Sabbione e il Colle delle Finestre, la Val Stura con il Colle della Lombarda e  il Colle della Maddalena (Col de l’Arche per i Francesi).

In ultimo, come non ricordare Via Templare? Dalla “Rosa” di Saliceto, con il Castelvecchio e gli Alberghi antichissimi in cima della collina omonima che cambiò nome da Margherita in epoca templare, alla “Spina”, ora Spinetta, di Croceferra: probabilmente il più importante crocicchio nell’entroterra ligure, poiché situato sulla “via pubblica” Ceva – Colle di Cadibona, e da questa spina si dipartivano due strade verso la Riviera: a sinistra in direzione dell’abbazia dei Fornelli e a destra verso la mansione templare di Auxila (Osiglia), dove nuovamente si biforcava per il Melogno verso il Finalese e per Bardineto, in direzione di Albenga.

Sulla presenza templare ad Auxilia non sussistono dubbi: Bianca Capone, ricercatrice storica, autrice del libro “i Templari in Italia”, scrive testualmente “Ad Osiglia, sulla strada in curva, si affaccia una lunga e massiccia costruzione che, malgrado i restauri e gli ammodernamenti, non ha perso le antiche caratteristiche di complesso fortificato. In analoga posizione si trova Masone, sotto il passo del Turchino, alle spalle di Genova, il cui nome lo identifica come antica mansione…” Inoltre sulla presenza templare a Osiglia è stato recentemente pubblicato un libro che non riguarda l’antico centro abitato, ma la sottostante frazione Ronchi, dove sorgeva una chiesa consacrata a San Giacomo (la magione di San Giacomo dei Ronchi, esistente tuttora a metà costa a quota 587 metri, sulla sinistra orografica, con il nome di Case Magione).

In questo luogo recenti ricerche hanno messo in luce una dipendenza templare con annessa foresteria. Ne consegue che l’esatta posizione del ricetto di proprietà dei Cavalieri del Tempio resta oggetto di dibattito: se in località Ronchi o nel centro dell’abitato di Osiglia. A mio parere si tratta palesemente di una “Rosa” e di una “Spina” locali, secondo il più classico dualismo templare. La casa fortificata in un centro abitato o nelle sue immediate vicinanze e la commenda, solitamente vasta proprietà agricola, “la Spina” per l’appunto, a una certa distanza, in questo caso corrispondente a una vasta proprietà boschiva, dove si potevano pascolare grossi branchi di maiali. In un documento del 1267 il precettore della mansione (praeceptor domus Templi de Oxilia), frate Manfredo da Villanova, lamentava le inadempienze del vescovo Lanfranco di Albenga, dal momento che non corrispondeva i fitti e i censi dovuti all’utilizzo di beni di proprietà templare situati nella fertile pianura ingauna. In questa disputa intervenne addirittura il templare Bianco, luogotenente generale dei Templari in Lombardia e precettore a Piacenza. Alcuni labili indizi lasciano supporre che la “magione di Auxilia” sia stata abbandonata dai Templari prima della distruzione dell’Ordine, poiché nel 1283 fra Giacomo da Montaldo, precettore degli Ospedalieri di Savona, concedeva in fitto alcuni beni posseduti dai Templari di Osiglia. Molti anni dopo, nel 1573, la magione templare di San Giacomo di Osiglia, passata definitivamente in proprietà agli Ospedalieri, risultava costituita da “Una chiesa campestre, mezza coperta di coppe e mezza di paglia, priva di calice e di ogni altro oggetto atto a celebrazioni liturgiche. Accanto alla chiesa vi sono due case con le stalle per il bestiame…”.

L’abbinamento della rosa e della spina è tipico di molte religioni, reperibile in testi sacri antichi. Un esempio per tutti: troviamo l’albero “della spina”, ovvero l’acacia, come materiale da costruzione per l’Arca della Santa Alleanza, e la “rosa” ne è il contenuto, ovvero le tavole della legge mosaica. Chiese templari sono intitolate a “Santa Maria della Spina” a Châlons-sur-Marne, a Pisa e a Revello, nel Saluzzese, non lontano dall’abbazia di Staffarda, nel punto in cui il Po scompare per un eccezionale fenomeno carsico. L’esistenza della solitaria chiesa di “Santa Maria della Spina di Revello” è documentata nel 1158 nel cartolario di Oulx, dove sono riportate vaste proprietà templari nel Piemonte sud occidentale.

Louis Charpentier ha studiato le proporzioni di queste chiese, armoniosamente simili alla cattedrale di Chartres, seppure su scala ridotta. La proporzione della distanza tra il coro e la facciata corrisponde allo sviluppo di un ottavo della lunghezza del coro. La stessa proporzione di un ottavo riguarda la lunghezza della navata centrale raffrontata alle navate laterali. C’è poi l’uso del “pilastro polilobato”: il “pilastro dell’apprendista”, presente nelle cattedrali di Chartres, Reims e Amiens. Questo pilastro misterioso corrisponde a una croce celtica rovesciata che alluderebbe alla firma della “confraternita dei costruttori di cattedrali”: i mitici “Figli di Salomone”, i primi Francs-Maçons…

In merito a Saliceto è opportuno infine segnalare che vi si trovava un antico ospedale, di probabile origine templare, ora corrispondente alla casa sita al n. 2 di Via Ospedale, a ridosso della “porta della Riviera” murata nel 1588 dal marchese Scipione Del Carretto quando venne in possesso del borgo. Temeva un attacco genovese durante la guerra da lui stesso scatenata tra Piemontesi e Liguri per lo scambio di Zuccarello (comprendente Erli, Castelbianco e Castelvecchio di Rocca Barbena) con Saliceto (Paroldo, Bagnasco e varie località in Val Tanaro).